approfondimenti


Con uno sguardo al futuro
Sul tema migrazioni e accoglienza bisogna cambiare prospettiva. Parole di padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli.
 
La mobilità umana è un tema di grande attualità, che si può decidere di affrontare con uno sguardo rivolto al passato secondo schemi di sovranità nazionale che non sanno guardare oltre i confini e programmano il futuro dall’interno di Stati fortificati e apparentemente sicuri, in cui l’orizzonte è precluso da muri ed è tagliato da un filo spinato. Pensiamo in questo senso alle politiche sulle migrazioni di alcuni Stati dell’Europa, che vengono a volte indicate come faro per guidare gli orientamenti delle politiche future, ma che più verosimilmente andrebbero viste come il canto delle sirene che incanta i naviganti. Talvolta anche da questa prospettiva di sovranità escludente, se si è un po’ più realisti, si intuisce la complessità della questione. Anche se come chiave si usa solo l’utilità per i paesi di arrivo, si riesce perlomeno a considerare le migrazioni in termini temporali con un prima, un adesso e un dopo, in termini fisici come una concatenazione di stati, con Paesi di partenza, transito, arrivo e di residenza attuale e anche in termini di cause profonde e ingiuste, frammiste a interessi nazionali trasversali con tutto quello che essi comportano. Ma il punto di vista è sempre dall’interno e lo sguardo è impaurito e non sa alzarsi in un sussulto di umanità.
Oppure si può decidere di guardare alle migrazioni con lo sguardo rivolto al futuro, cogliendo la carica di novità, creatività e fantasia che esse portano con sé. In questo caso il punto di vista è quello delle persone che migrano, sono i loro occhi, i loro desideri, le loro speranze e le loro fatiche, ma soprattutto i loro diritti, diritti universali e inalienabili dell’uomo, di ciascun uomo e donna, diritti che viaggiano con le persone e che non possono infrangersi alle frontiere degli Stati. Questo modo di vedere le migrazioni a partire dai migranti ci fa sorprendentemente scoprire che a migrare siamo tutti, a tutte le latitudini: anche noi qui e adesso, non solo europei e italiani di ieri, ma anche europei e italiani di oggi, in quella circolarità che interessa tutti in uscita e in entrata in ogni paese del mondo. Una prospettiva che ci ricorda la bellezza di andare verso un altrove, ma anche la faticosa scelta che spesso riguarda molti di noi, soprattutto giovani che cercano un futuro migliore. Migrare ci ricorda anche la nostra appartenenza alla casa comune di cui siamo cittadini e per la quale è richiesta la nostra partecipazione responsabile, da cittadini del mondo. Tra queste migrazioni ci sono poi quelle forzate in cui la libertà di restare viene compromessa da guerre, persecuzioni, cambiamenti climatici e la costrizione a migrare spesso si scontra con le politiche di accoglienza di Stati ricchi che non vedono più nell’ospitalità un valore fondante, ma addirittura la capitolazione dell’unità, dell’identità del Paese. I migranti forzati che hanno perso il diritto a restare, vivono la sofferenza del mettersi in viaggio verso l’ignoto e cercano accoglienza. Essi, che nella loro vita portano i segni di frontiere di ogni tipo – culturali, religiose e sociali – che dividono il mondo, ci parlano di un desiderio di pace, di una ricerca di pace, di un desiderio di un mondo che, ferito a vari livelli, ha bisogno del risanante contributo di artigiani di pace e di lottatori di speranza. Ecco allora che accoglierli senza porre preclusioni di principio o ideologiche risana, perché apre un orizzonte di giustizia a cui noi con ottusa caparbietà contrapponiamo frontiere di pregiudizio. 
(padre Camillo Ripamonti, presidente Centro Astalli – JRS Italy)
 
 
Uscire dalla paura
“Servono comunità accoglienti che siano segno e lievito di una società plurale”, scrivono i vescovi che annunciano per il 2019 un Meeting delle realtà che si fanno carico dei migranti.
 
Occorre “avviare ‘processi educativi’ che vadano al di là dell’emergenza, verso l’edificazione di comunità accoglienti capaci di essere ‘segno’ e ‘lievito’ di una società plurale costruita sulla fraternità e sul rispetto dei diritti inalienabili di ogni persona”. A chiederlo sono i vescovi che nella lettera “Comunità accoglienti, uscire dalla paura” invitano le comunità cristiane a “leggere le migrazioni come ‘segno dei tempi’”. Questo, scrive la Commissione episcopale per le migrazioni della Cei, “richiede innanzitutto uno sguardo profondo, uno sguardo capace di andare oltre letture superficiali o di comodo, uno sguardo che vada ‘pi‘più lontano’ e cerchi di individuare il perché del fenomeno”. A partire da “un linguaggio che non giudica e discrimina prima ancora di incontrare”. “Le paure – affermano i vescovi – si possono vincere solo nell’incontro con l’altro e nell’intrecciare una relazione. È un cammino esigente e a volte faticoso a cui le nostre comunità non possono sottrarsi, ne va della nostra testimonianza evangelica”, come “sanno bene quelle comunità e parrocchie che in questi anni hanno deciso in vario modo di accogliere”. Proprio alle “realtà di accoglienza” sarà dedicato un Meeting che si terrà “nei primi mesi del prossimo anno”.
Nel testo, scritto a venticinque anni documento Ero forestiero e mi avete ospitato, i presuli si dicono “consapevoli che il periodo di crisi che sta ancora attraversando il nostro Paese rende più difficile l’accoglienza, perché l’altro è visto come un concorrente e non come un’opportunità per un rinnovamento sociale e spirituale e una risorsa per la stessa crescita del Paese”. “L’immigrazione, con le reazioni di rigetto che talvolta suscita, mette in luce un atteggiamento presente nelle società occidentali e che non le è direttamente connesso: il crescente individualismo, che sempre più spesso si manifesta anche fra connazionali e addirittura all’interno delle famiglie”, denunciano i vescovi ricordando che “l’integrazione è un processo che non assimila, non omologa, ma riconosce e valorizza le differenze; che ha come obiettivo la formazione di società plurali in cui vi è riconoscimento dei diritti, in cui è permessa la partecipazione attiva di tutti alla vita economica, produttiva, sociale, culturale e politica, avviando processi di cittadinanza e non soltanto di mera ospitalità”.
 
da liberidipartireliberidirestare.it

 



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