Carmen, missionaria secolare comboniana ecuadoriana che vive nei pressi di Guayaquil, la zona del Paese che è stata colpita per prima dalla pandemia, ci racconta come ha vissuto questo tempo.

 

Le tragiche immagini di quanto stava succedendo a Guayaquil nei primi mesi del contagio hanno fatto il giro del mondo. Carmen racconta che sono stati due mesi terribili: un clima caldissimo; un numero di contagi e di decessi in vertiginosa salita; il collasso del sistema ospedaliero; gli obitori incapaci di contenere le salme, molte delle quali sono rimaste per lungo tempo senza identificazione. A questo si aggiungono le conseguenze negative della pandemia nell’intero Paese, a livello sociale, lavorativo, di sopravvivenza. Le attività commerciali, il turismo, i centri educativi, la vita sociale sono stati e continuano ad essere fortemente colpiti. Difendersi dal virus è difficile per molti che ignorano le norme di sicurezza o non sono in condizione di osservarle per la precarietà della situazione in cui vivono. Altri temono il contagio avendolo vissuto sulla propria pelle o avendo visto morire famigliari e amici. Molta gente che vive di economia informale deve per forza uscire di casa per guadagnare il pane quotidiano per sé e per le proprie famiglie. Molti hanno perso il lavoro: le statistiche parlano di un milione di lavoratori.

A Guayaquil, dopo il picco iniziale, poco a poco il contagio è andato diminuendo, mentre ha cominciato a diffondersi nel resto del Paese, nella capitale Quito e poi in tutta la Sierra e nell’Oriente. La città di Guayaquil ha messo a disposizione un’équipe di medici e infermieri che avevano già acquisito le conoscenze e l’esperienza per trattare la malattia e ha accolto pazienti da altre parti del Paese, dando così una grande dimostrazione di solidarietà.

Carmen, che lavora come odontoiatra scrive: «Mi tocca profondamente la sofferenza della mia gente. Anche nella mia famiglia abbiamo dovuto essere creativi per migliorare l’economia inventandoci piccoli lavori per far quadrare il bilancio. Mia sorella si è contagiata e io ho dovuto assisterla con tutte le precauzioni possibili, con le poche scorte di protezione personale che scarseggiavano nelle farmacie. Il Signore ci ha aiutato; ho sentito la sua provvidenza e la sua protezione su di me e sulla mia famiglia. Non ci è mancato nulla, essendo nata una forte solidarietà tra famiglie e vicini. Non mi sono sentita sola pur vivendo molto lontana dalle altre missionarie: ogni giorno mi facevano sentire la loro vicinanza con la preghiera e per telefono. Ogni mese siamo riuscite a riunirci online anche con quelle che vivono in Costa Rica per condividere le nostre esperienze e pregare insieme.

Dal mese di maggio ho ripreso a lavorare, ma solo nello studio privato, perché l’istituto scolastico presso cui prestavo servizio è ancora chiuso. Nonostante i rischi che comportano le prestazioni odontoiatriche, ho sentito l’esigenza di offrire questo servizio nel mio quartiere, soprattutto per casi di emergenza, dato che gli ambulatori erano chiusi. Ricevo i pazienti su appuntamento chiedendo le misure di sicurezza consigliate. Poi confido nella protezione di Dio.

Il tempo di pandemia ci ha aiutato a tenere più unita la famiglia e ad avvicinarci a Dio, a pregare insieme ricordando i fratelli che soffrono nel mondo intero. È stato un tempo che ci ha fatto riflettere sulla necessità di convertirci ed essere persone migliori spingendoci ad avere più fiducia nella Provvidenza, che sempre ci accompagna e a crescere nell’amore e nella solidarietà verso i nostri fratelli, soprattutto i più bisognosi. Il Signore ha ravvivato la nostra speranza. Abbiamo imparato a valorizzare la famiglia, le amicizie, l’aria che respiriamo e tutto quello che Lui ci regala ogni giorno. Tutto questo è stato e continua ad essere un regalo di Dio.

Carmen Franco